Rom il giorno della memoria è anche loro

AntonRocaNei giorni della memoria si commemora uno dei più grandi massacri che mente umana abbia mai concepito. Ma quel massacro, quei campi di concentramento, non hanno visto olo il dolore degli ebrei, ma quello di quasi un milione di rom e di centinaia di migliaia di omosessuali.

Con i Rom ho avuto a che fare già negli anni ottanta del secolo ormai trascorso. Sono una persona normale e verso di loro un po’ di diffidenza l’ho sempre avuta. Fino a quando non ho avuto la possibilità di conoscerli meglio e capire che il dolore si può coniugare spesso e volentieri in tanti modi. Quello che leggerete è un racconto del mio primo incontro con loro. Giudicatelo come volete. Il mio non ho bisogno di discuterlo. Lo conosco:

Ero a Milano, dovevo prendere il treno per Parigi. Era un notturno e avevo trovato un posto in un wagon lits. Allora Parigi la si raggiungeva con i vecchi vagoni che sapevano di inizio novecento. Mi stavo mettendo la valigia sulla reticella, quando è entrato l’altro che avrebbe viaggiato nella cuccetta sopra la mia, era un T2.

“Sono uno zingaro – mi ha detto – ma non rubo”.

Lo guardai perplesso: aveva una carnagione olivastra molto evidente, e due occhi di un nero come penso di averne visto poche volte.

“Perché lo dice, mi scusi?”

“Perché è meglio che lei lo sappia, ho anche avvisato il cameriere. Se per caso succede un furto il primo che sospettano sono io”.

Non mi era mai capitata una situazione di quel tipo e a dire la verità, neanche me l’aspettavo. Dei Rom, conoscevo molte cose, ma come tutti, erano notizie mica tanto approfondite.

Erano gli anni ottanta e vivevo ancora a Bologna. Quando ritornai a casa mi capitò di conoscere un avvocato, si chiamava Leoni. Era il classico principe del foro, liberale e radicale, fra le altre cose conosciuto in città come l’avvocato degli zingari.

Gli parlai di quell’incontro e lui mi ascoltò attentamente chiedendomi dove l’avevo incontrato e come si chiamava: “Si l’ho difeso io. E’ stato sfortunato quell’uomo, fra una cosa e l’altra non sono riuscito a fargli dare meno di dieci anni. E’ stato in carcere anche dalle sue parti, ad Alghero”

Non gli ho chiesto nulla sulle ragioni della sua condanna. Non mi sembrava proprio il caso. Ma Leoni, che era uno di quelli che faceva pesare i suoi silenzi tanto da metterti delle volte in soggezione, prima di lasciarci, me lo disse quasi come fosse una cosa normale: “Devo andare in un loro campo a Milano. Perché non mi accompagna?”

inutile dire che mi ha fregato con quella proposta. Non andarci mi sarebbe sembrato ipocrita e poi non avevo giustificazioni. Perché non accompagnarlo?”.

Il campo di Milano era al limitare di una grande discarica. I bambini giocavano in mezzo ai rifiuti. Le loro famiglie stavano per la maggior parte in roulotte. Solo che in quella specie di casino senza strade e fango sorgevano assurdamente delle villette! Si proprio villette con tanto di fiori alle finestre e battenti con la suoneria in ottone.

Quei bambini come ci videro arrivare scapparono velocemente: “Hanno paura dei visitatori. Per loro sono tutti nemici e pensano sempre che qualcuno venga per portarli negli istituti”, mi avvisò Leoni “ A proposito, quando entriamo cercheranno alla fine dell’incontro di regalarci qualcosa, orologi normalmente, non accetti nulla. E’ tutto rubato. Se fuori dal campo ci ferma una pattuglia lei rischia una denuncia per ricettazione”.

Inutile protestare o fare commenti. Posso solo dire che quelle villette a quattro spioventi, che sapevano di edilizia slava, erano fatte di materiale di recupero: cartone e legno assemblati con sapienza e conoscenza artigiana. Difficilmente lo avrei capito se non entravo dentro e mi fossi lasciato accomodare in un salotto dove mi hanno servito un kafa bollente e già zuccherato. Un kafa, come quello dei turchi, dei greci o degli slavi.

Alla fine, come mi aveva avvisato Leoni, cercarono di rifilarmi un orologio che rifiutai. Non so se era rubato, ma meglio seguire i consigli dell’avvocato. Non si sa mai.

Cosa hanno mai rubato a noi in questi secoli gli zingari? Forse molti orologi. E noi cosa abbiamo rubato loro? Questa parte del conto non l’abbiamo mai voluta chiudere. Ma forse non sono bravo in matematica..


Lascia un commento