La lingua di Ana

La-lingua-di-AnaOgni tanto un buon libro fa bene, Questo “la lingua di Ana”  è stato stampato un po’ di anni fa… ma è ancora attuale. Cercarlo e leggerlo non fa di certo male.
Di seguito i proponiamo una recensione di Silvana Mazzocchi, pubblicato su “La Repubblica” nel 2012.

“La lingua di Ana”, profuga adolescente tra parole perdute e voglia di omologazione
Il romanzo di Elvira Mujcíc, nata in Serbia, cresciuta in Bosnia e arrivata in Italia a 14 anni, racconta un cammino arduo. Al termine del quale l’autrice preferisce parlare di “interazione” più che di “integrazione”
di Silvana Mazzocchi

E’ uno dei tanti scogli dell’integrazione: succede a chi emigra in un Paese straniero di sentirsi dimezzato, di non riconoscere più le parole della propria lingua, di perdere il senso profondo del loro significato. Di confondere l’esperienza emotiva della vita vissuta nella terra d’origine, con la spinta all’omologazione, erroneamente intesa come l’unica strada per sentirsi accettati e non diversi. Accade in La lingua di Ana, chi sei quando perdi radici e parole?, romanzo di Elvira Mujcíc, nata in Serbia nel 1980, vissuta in Bosnia, a Srebrenica, fino al 1992 e arrivata in Italia a 14 anni, per ricongiungersi con sua madre venuta a lavorare nel nostro Paese da badante molto tempo prima, per garantire a sua figlia un futuro migliore. Una storia che Elvira riesce a raccontare centrando il cuore del problema comune ai tanti adolescenti immigrati che, soli o al seguito dei propri genitori, si trovano a dover affrontare un universo difforme da quello conosciuto, senza il conforto della lingua d’origine. Un arduo cammino che viene definito comunemente integrazione mentre, sottolinea Muj?íc, sarebbe necessario parlare piuttosto di interazione. Per chiarire che chi approda in un Paese straniero dovrebbe affrontare “uno scambio e non una relazione univoca”. Interazione, spiega in sostanza l’autrice, è quando le parole straniere diventano davvero narranti del proprio io “immigrato” e non “la traduzione” di quello che si è stati nel Paese di provenienza.

Nel romanzo, la protagonista Ana soffre in Italia per il suo ruolo di profuga. Cerca di nascondersi, di mimetizzarsi, si vergogna del suo cognome che la denuncia come “diversa”, del fatto che sua madre, che ormai lavora come infermiera, sia stata in precedenza una badante. Vive la scuola con fatica estrema, pensa che prima di ogni altra cosa, le sia indispensabile imparare perfettamente la lingua italiana. Ma più Ana studia e si isola dai suoi coetanei e da tutto ciò che la circonda nello sforzo di parlare correntemente, più le accade di perdere dentro di sé le parole della sua terra e della sua infanzia. Mettendo a rischio radici e identità. Al punto che, dopo tanto impegno, non riesce ad esprimersi in italiano. Lo conosce e anche bene, ma non riesce a sbloccare il suo silenzio. Ci riuscirà soltanto tramite l’amore e le relazioni umane, viatico dell’interazione.

Un libro tenero e utile La lingua di Ana, un racconto “consapevole”, che ci mostra in modo vivo ed efficace uno dei tanti aspetti del difficile mestiere di vivere il mondo moderno. Nomade e complicato.

Cambiando Paese, si perdono le parole? E, con loro, che cosa?
“Emigrando perdi quasi tutto. Fai un paio di valige nelle quali bisogna mettere tutta una vita. Le poche cose che puoi portare senza che nessuna dogana te le requisisca sono le tue parole, la tua lingua madre e proprio quelle parole continueranno a restituirti, almeno in parte, il tuo Paese, le affettività e le emozioni che hai lasciato andando via. Spesso, però, il Paese in cui arrivi e la nuova lingua si impongono, rendendo difficile una coesistenza. E allora può accadere di iniziare anche a perdere la propria lingua madre che non è semplicemente un insieme di simboli e significati che servono a farsi intendere dagli altri, ma è molto di più. Mi rendo conto che alcune parole in bosniaco hanno un peso diverso dal loro corrispettivo in italiano e questo è dovuto al fatto che, prima di dare un nome a una cosa, ne ho fatto esperienza e quell’esperienza rimane indelebile nella mente, legata sempre alla parola che la definisce. Per tornare alla domanda, con la perdita delle parole si perdono pezzi della propria vita e della propria identità che è radicata in quella particolare lingua. Perdi gli odori, i colori, la musica e allora la questione è: Che cosa sei senza tutto questo?”.

L’integrazione passa attraverso la lingua?
“Più che di integrazione, preferisco parlare di interazione, è un termine che dà la possibilità di sottolineare che l’immigrazione è uno scambio, quindi non una relazione univoca. Ovviamente la lingua è uno strumento essenziale per l’interazione, ma allo stesso modo, è necessaria l’interazione perché ci sia un reale apprendimento della lingua. Mi spiego meglio con un esempio: la protagonista del mio libro inizia a imparare l’italiano grazie a un innamoramento e ai rapporti di amicizia; poi realizza di saperlo parlare davvero in seguito a una situazione di emergenza che la spaventa e sblocca la sua incapacità di esprimersi. Sono convinta che si possa acquisire in modo totale una lingua solo attraverso l’emotività. È necessario vivere in un Paese, amare, arrabbiarsi, discutere, avere paura per poter esprimere tutto questo nella lingua di adozione. Spesso il blocco nell’apprendimento è dovuto al fatto che magari qualcuno si trova fisicamente qui, in Italia, ma non fa parte di questo mondo, non sente di appartenervi. Le parole straniere cessano di essere tali e iniziano ad avere un senso profondo nel momento in cui diventano un racconto di quello che siamo e non una traduzione di quello che siamo stati”.

Quali consigli darebbe agli emigrati adolescenti appena arrivati in Italia?
“È difficile dare consigli, soprattutto quando si tratta di situazioni complesse come lo sono l’adolescenza e l’immigrazione. In realtà non credo siano gli adolescenti immigrati ad avere bisogno dei consigli, ma la società che li accoglie. Comunque, io arrivai in Italia che avevo 14 anni, quindi in piena adolescenza e con quella consapevolezza che deriva dal senno di poi, posso dire che se potessi tornare indietro vivrei diversamente quegli anni. Del resto, al di là del problema dell’immigrazione, credo siano pochi quelli che sono contenti di come hanno vissuto l’adolescenza. Ricordo che quando arrivai, decisi che avrei dovuto al più presto diventare “italiana”, imparare perfettamente la lingua, con l’accento giusto, in modo tale da potermi confondere e non essere riconosciuta come straniera. La mia “diversità” mi pareva intollerabile e il mio cognome una condanna. Mi vergognavo dei miei strafalcioni in grammatica e della mia condizione di profuga. E allora ho pensato che tutto era sacrificabile, pur di diventare al più presto come gli altri; così per anni non ho parlato la mia lingua madre, presa com’ero a perfezionare l’italiano e a inventarmi un’identità meno complessa. Allora, forse, l’unico consiglio è quello di non aver fretta di omologarsi”.


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